Appunti sparsi

  • Comunicazione emotiva eterodiretta Di recente Facebook ha annunciato ai propri utenti l'introduzione di una nuova faccina, con parole di incoraggiamento che si riferiscono evidentemente alle attuali condizioni di confinamento più o meno generalizzato: Anche se siamo distanti, uniti ce la faremo. Certo è che Facebook ce la sta facendo meglio di altri, raddoppiando i profitti e allentando le pressioni per una riapertura delle altre attività economiche. A far riflettere è la dichiarazione di intenti: la nuova faccina (reazione) è stata aggiunta per consentire di trasmettere ancora più affetto e per potersi sentire più vicini. La trasmissione dell'affetto è dunque subordinata alla reazione, e non viceversa. Una civiltà in cui è considerato normale che l'espressione dei sentimenti debba essere agevolata da un'istituzione di sorveglianza che specula sulle relazioni umane, e solo nelle forme ad essa convenienti e da essa stabilite, è una civiltà che non può trovare il linguaggio per raccontare la propria fine. E mi raccomando: non provate mai sentimenti che non siano riassumibili da un'icona gestita da una multinazionale che su icone e sentimenti guadagna letteralmente miliardi. ×0
  • Capri espiatori per anime belle Il disprezzo per il ghanese che torturava i migranti lungo la rotta africana e che ha rischiato il linciaggio una volta sbarcato a Lampedusa e riconosciuto dalle vittime è del tutto meritato, ma il livello di accanimento che ha raggiunto in certi ambienti denota una seria incapacità di risalire alle cause dei fenomeni, senza ovviamente nulla togliere alla responsabilità individuale del personaggio in questione. Ovvero, indignarsi per il torturatore e non per chi gli spiana la strada, è indice di ipocrisia. Prendere questi scafisti e torturatori, controllori sul campo non riconosciuti del "corretto" funzionamento delle politiche migratorie occidentali, a capro espiatorio serve solo a lavarsi la coscienza e dimenticare più grandi responsabilità (più grandi perché sistemiche e istituzionali). Ruoli come quello del torturatore ghanese esistono solo perché esiste una via migratoria illegale, ed esiste una vita migratoria illegale solo perché qualcuno ha scritto le leggi in modo che fosse illegale. Lo scrivevo anni fa qui e qui, lo ridico ora. ×0
  • Discriminazioni nascoste Commento brevemente il recente decreto Minniti sulla sicurezza, partorito da un governo viscido come non se ne vedevano dai tempi del Pentapartito, riprendendo e riformulando le parole di Augusto Illuminati (qui). Nel principio dell'uguaglianza formale borghese, le leggi sono uguali per tutti, ma non tutti hanno la stessa probabilità sostanziale di infrangere la stessa legge, a causa delle disparità sociali. Ecco il motivo per cui il decreto Minniti sulla sicurezza è, nel contesto attuale, classista e razzista (visto che fa coppia con l'altro decreto, quello sull'immigrazione), e per cui chi l'ha promulgato e votato dovrebbe rispondere entrando nel merito delle accuse dirette o indirette di rifarsi a una tradizione fascista e discriminatoria. ×0
  • I nostri valori C'è chi crede veramente che la "civiltà occidentale" si sia affermata nella (quasi) totalità del globo terracqueo perché intrinsecamente superiore e non perché è stata imposta ovunque con la forza delle armi, dei ricatti e degli inganni (che, per inciso, fanno parte dei "valori occidentali").  Mai dimenticare che i nostri valori™ sono gli stessi valori del Far West, del nazismo e dell'apartheid. ×0
  • La vignetta che innesca il dispositivo nazionalista La maggior parte delle reazioni italiane alla vignetta di Charlie Hebdo che sta suscitando indignazione in tutta Italia sono epifenomeno del dispositivo nazionalista esattamente come la maggior parte delle reazioni ai fatti di Colonia sono stati epifenomeno del dispositivo coloniale. La pubblicazione di una vignetta satirica (brutta, inopportuna, cinica, stupida quanto vi pare) da parte di francesi su un giornale francese ha innalzato un polverone nazional-popolare di proporzioni tali da portare l'ambasciatore francese in Italia a chiedere istituzionalmente scusa ricordando, come se ce ne fosse bisogno, che il terremoto del 24 agosto è stato un tragico evento per tutti. Perché parlare di dispositivo nazionalista? Perché la generale risposta dell'opinione pubblica si è subito sviluppata in linea con uno schema narrativo di difesa dei “morti italiani” dagli insulti dei “francesi senza bidet che ci hanno rubato la Gioconda” e che, soprattutto, si divertono a fare satira coi difetti degli altri e mai dei loro e senza mai fare mea culpa. Eppure basta leggere un qualunque numero di un qualunque giornale satirico francese per rendersi conto che è frequentissimo che si giochi su luoghi comuni e stereotipi che riguardano spessissimo proprio i francesi. In tantissimi scrivono o pensano: «noi per i vostri defunti abbiamo portato rispetto... e voi per i nostri fate questo?». A costoro andrebbe fatto notare che la pubblicazione in Italia di questa vignetta italiana non ha fatto scandalo tale da portare l'ambasciatore italiano a chiedere scusa alle famiglie che piangono i morti della strage di Nizza. Inoltre, su quest'uso del noi, ho già scritto. Su quest'uso del voi, anche. Purtroppo la contrapposizione tra il noi e il voi è talmente radicata che in troppi non riescono proprio a farne a meno. Neanche i giornalisti, naturalmente: mentre la polemica imperversava, La Repubblica ha titolato «Terremoto, architetti francesi accusano: calcestruzzi sbagliati e travi malmesse». Visto che l'articolo riguarda il terremoto, il collegamento con la vignetta è immediato. Altrimenti che cosa c'entra che sono francesi? Come i fatti di Colonia hanno svelato un meccanismo razzista e coloniale nell'opinione pubblica e nei mezzi di informazione, adesso l'indignazione per una vignetta moralmente incriminata rende visibile un dispositivo, massiccio e radicato, all'opera: un dispositivo nazionalista capace di innescare un razzismo talvolta anti-arabo, talvolta anti-francese, entrambi fatti di luoghi comuni e sentimenti identitari. ×0
  • Sul divieto del burkini In Francia la polizia ha circondato una signora in burkini che era tranquillamente sdraiata su una spiaggia e, sotto lo sguardo della figlia in lacrime e della folla, l'ha prima multata a causa di un abbigliamento non conforme ai valori morali (la multa parla di «abito [non] rispettoso della buona morale e del secolarismo») e poi, tra gli applausi di molti bagnanti e passanti inferociti che la insultavano e le intimavano di «tornarsene al suo paese», l'hanno umiliata costringendola a scoprirsi il collo nonostante questo urtasse evidentemente la sensibilità e il senso del pudore della diretta interessata.
    1) Qual è la differenza tra questo e uno stupro? 2) A quali modernissimi “valori occidentali” si richiama un'ordinanza che vieta un abbigliamento non conforme a dei valori morali? 3) “Noi” non eravamo quelli che si distinguevano dagli estremisti sauditi che impongono per legge un abbigliamento conforme ai loro valori morali? Adesso non si può più sostenere che “da noi ognuno è libero di vestirsi come vuole”. 4) Vietare un capo di abbigliamento è come vietare l'uso di una lingua. Oltre che essere una cosa ridicola, sono entrambi tradizionali pratiche coloniali. C'è bisogno di altro per capire che il divieto del burkini non ha nulla a che fare con la libertà delle donne ma serve solo a discriminare le musulmane in quanto tali? 5) Il burkini ufficialmente è stato vietato perché «rischia di offendere le convinzioni religiose e quelle non religiose di altri frequentatori della spiaggia» e rischia anche di essere interpretato «come una provocazione». Un divieto del genere invece non costituisce una ben più preoccupante provocazione? Ci dovremmo poi stupire se azioni come questa venissero percepite come imposizioni e umiliazioni gratuite dalla comunità discriminata portando alla radicalizzazione alimentata dal rancore di fette sempre più larghe? Se qualche musulmano testa calda a questi provvedimenti dovesse direttamente o indirettamente reagire con violenza, reagirebbe con violenza non perché musulmano, ma perché soggetto a odiosa discriminazione. Infatti, non mi stupirei neanche se a reagire con violenza fosse qualche femminista testa calda: non c'entra il fatto di essere donna o musulmana, c'entra il fatto di essere vittima di violenza. Questi fatti fanno talmente schifo che mi portano a difendere l'uso di un capo di abbigliamento che neanche amo. Non amo neanche i piercing, ma se li vietassero per legge mi schiererei contro la legge. La questione è così semplice che il paragone sembra ridicolo, ma è la stessa identica cosa.
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  • Assuefazione da supercazzole Nell'epoca dell'assenza della politica, si sa che a contrapporsi non sono più posizioni ideologiche o almeno di opinione, bensì falchi, colombe, gufi e sorci verdi, in un preoccupante e disgustoso decadimento dei concetti basilari del comportamento politico. E quindi dovremmo tutti essere assuefatti da affermazioni come quelle esternate ieri da Matteo Renzi, di fronte a una platea di ricercatori dell'INGV, in merito al numero crescente di giovani italiani che, specie nella ricerca, emigrano all'estero dove ritengono di avere maggiori possibilità di trovare un lavoro all'altezza dei propri studi e delle proprie aspettative. L'analisi di Renzi fa concorrenza a quella di Cancellato, risalente ad appena qualche giorno fa, incapace di individuare responsabilità o cause sistemiche dei fenomeni demografici, economici e sociali, come ci si aspetterebbe dal direttore di una testata dal titolo “L'inchiesta”, e a maggior ragione da chi ricopre la carica di Presidente del Consiglio. «C'è un racconto per il quale l'Italia è soltanto crisi, con grandi elogi per chi va all'estero visto che in Italia non ci sono Istituti all'altezza. Io dico che è giusto andare all'estero, ma è molto manicheo dire che all'estero tutto va bene e in Italia no. Se volete andare all'estero fatelo, siamo pieni di presidenti del Consiglio che in passato hanno detto non andate. Se pensate che sia meglio, fatelo. Ma noi faremo dei nostri istituti i luoghi al top del livello mondiale, faremo dell'Italia un centro capace di attrarre ricercatori italiani e di tutto il mondo. Occorre un patto, dobbiamo smettere di raccontare l'Italia solo in negativo e nello stesso tempo serve che la politica faccia di più e meglio. È un impegno che possiamo prendere insieme». Capito? «È una questione di racconto, dobbiamo fare un patto». Il contenuto politico di questa affermazione non cambierebbe di una sola tacca se a “racconto” e “patto” sostituissimo “Domodossola” e “panino”. Molti giovani studenti e ricercatori trovano lavoro all'estero? «È una questione di Domodossola, dobbiamo fare un panino». La presa per il culo suona anche più sincera. ×0
  • La moda dei vecchi reati Più di cinque anni dopo, è arrivata una sentenza che condanna 16 studenti e con loro un intero movimento di massa che per mesi animò le piazze italiane in un'ondata di mobilitazione popolare che anticipò quel sovversivo 2011 delle rivolte arabe, delle acampadas spagnole e di Occupy Wall Street. Riprendendo DinamoPress: «Tanti e diversi i reati contestati, tra cui pesano maggiormente quelli di resistenza aggravata e lesioni, che portano alle richieste di pena più alte. Diverso invece l’esito legato all’assurda accusa, fortemente voluta dal PM Tescaroli, di attentato contro gli organi costituzionali. Un reato comparso nei registri delle indagini una sola volta, più di cinquant’anni fa. Per quest’accusa fuori dal tempo sono stati assolti tutti gli imputati». “Attentato contro gli organi costituzionali”. Un vecchio reato, ma ormai, dopo le condanne di Genova 2001 e il ripescaggio di devastazione e saccheggio, vecchio reato introdotto dal regime fascista per reprimere il dissenso politico, tra le procure si è sempre più diffusa la moda di sollevare accuse per reati ormai desueti e fuori dal tempo. ×0
  • Alleanze incrociate Oggi, Renzi e altri capi di Stato e governo erano ad Antalya, in Turchia. Hanno parlato molto delle misure da prendere contro il terrorismo, e lo hanno fatto con Erdogan, quello che ordina all'esercito di sparare sui curdi che combattono l'ISIS, quello che tratta con l'ISIS attraverso losche manovre di intelligence e permette ai militari dell'ISIS di attraversare a proprio piacimento la frontiera turca che neanche ai profughi e agli sfollati è permesso di attraversare. Nel frattempo il PKK, uno dei maggiori partiti curdi attivi contro l'ISIS, è ancora ufficialmente considerata un'organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e l'Unione Europea e subisce ogni giorno l'attacco incrociato dell'esercito turco da un lato e dell'ISIS dall'altro. E l'Arabia Saudita, alleata dell'Italia e degli Stati Uniti, è ideologicamente (e forse finanziariamente) sostenitrice del fanatismo islamico wahhabita propugnato dall'ISIS. Se questo non bastasse a giustificare il titolo, il supporto che l'Occidente fornisce ciecamente ad Israele dovrebbe risolvere la questione. O forse si pensa che ciò che fa l'ISIS sia meno accettabile di ciò che fa Israele da decenni, ogni giorno e con molte, molte più vittime? ×0
  • Due pesi, due misure Questa è la lista degli attentati terroristici verificatisi nel mondo nell'ultimo anno. Di questi, 22 hanno provocato la morte di più di 50 persone ciascuno. A quanti di questi 22 attacchi sono state dedicate prime pagine e attente analisi di esperti politologi? Per quanti di questi si è parlato di attacchi alla democrazia e alla civiltà? Per quanti di questi è stata proposta una ricostruzione giornalistica dettagliata (di un cinismo spaventoso e qualità scadente), con tanto di nomi, cognomi, volti e famiglie delle vittime e lunghi articoli sui sogni infranti delle vittime? La risposta è semplice: in un solo caso, ovvero gli attentati di Parigi del 13 novembre. Pare che nigeriani, yemeniti, somali, kenyoti non abbiano sogni infranti che fanno notizia. ×0


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